Turismo

Pensare l’impensabile, osare l’inedito: alcuni spunti per il turismo, oggi

Paolo Grigolli

Direttore Scuola di Management del Turismo e Cultura di

tsm-Trentino School of Management

 

Ancora in piena emergenza, mentre la curva dei contagi entra nella fase discendente e si apre la stagione della speranza dopo la paura paralizzante, penso sia necessario iniziare a capire come agire rispetto alle prossime stagioni turistiche, considerate le tendenze di comportamento dell'ospite durante il Covid-19 e fino all'arrivo del vaccino.

Come ci dicono alcuni esperti, dobbiamo essere il più possibile realisti nel tracciare lo scenario 2020/2021 per capire subito, con gli elementi a diposizione oggi, a quali condizioni si aprono le aziende e possono lavorare le migliaia di liberi professionisti, operatori di settore, artigiani, commercianti, animatori, rifugisti, guide, impiantisti e tanti altri che fanno parte del “sistema di destinazione” in un futuro di medio periodo.

Sappiamo che gli stranieri quest'anno non verranno: nel 2019 rappresentavano meno del 20% delle presenze estive con l'eccezione del Garda dove erano all'85%. Sicuramente saranno meno anche gli italiani perché hanno fatto ferie forzate in marzo e aprile, molti stanno entrando in cassa integrazione, altri hanno perso il lavoro e quindi è facile immaginare che si debba vendere la vacanza a prezzi inferiori rispetto al 2019. Scartando l'ipotesi catastrofista del prolungamento del lock down, se dovessimo posizionare l'asticella al 40% del fatturato dell'anno precedente, come ci dicono alcune recenti analisi, dobbiamo inventarci delle soluzioni di emergenza.

Noi in Trentino -e in Italia in generale- abbiamo un modello che chiamiamo “community” per differenziarlo dal modello “corporate” di stampo anglo-sassone. Questo significa che migliaia di persone direttamente o indirettamente vivono da entità autonome interdipendenti il “progetto di destinazione”. Finchè arrivi e presenze sono andati crescendo non ci si è posti il problema della gestione della capacità di offerta della destinazione. Oggi è diverso perché ci troviamo dentro a un paradosso mai vissuto in precedenza. Se tutte le strutture ricettive dovessero dividersi il 30% del fatturato del 2019, ci troveremmo di fronte all'insostenibilità economica. Ma, allo stesso tempo, come possiamo fare in modo che una seppure debole domanda, trovi una sua offerta e una reale qualità dei servizi?

La destinazione sarà capace di organizzare l'offerta rispetto a una domanda scarsa? Se tutti decidessero di aprire con una domanda debolissima, non ci sarebbero le condizioni minime di sostenibilità per nessuno, perché il conto economico non lo consentirebbe, ma se tutti decidessero di rimanere chiusi, non ci sarebbe più la destinazione.

Un'impresa famigliare come un albergo attiva una rete di fornitori, di maestranze, di professionisti e di operatori che non hanno le spalle coperte, che non possono contare nella gran parte dei casi su risorse accumulate negli anni. E questo mette in crisi una comunità, un intero tessuto sociale. Per questo mi pare che oggi più che mai abbiamo la necessità di imparare dai cosiddetti “super organismi”, di cui gli alveari sono una metafora straordinaria: alcune api possono “andare in esplorazione” e indicare come e dove trovare il nettare per far vivere tutto l'alveare.

Provo a prendere il rischio di abbozzare alcune idee che spero aiutino a pensare come affrontare questa fase senza abbandonarsi al facile “io speriamo che me la cavo”, “passerà anche il Covid-19”. Una prima idea, in un tempo di altruismo e generosità necessari, potrebbe essere quella di valutare in alcune destinazioni, la possibilità di ospitare personale medico e infermieristico di cui sappiamo le condizioni di negatività al virus e concedere loro un momento di vacanza “agevolato” con le loro famiglie. Altra prospettiva è quella legata al telelavoro che ormai ha reso la gran parte dei lavori amministrativi possibili da remoto e quindi apre degli scenari di residenzialità “diversa” recuperando il concetto di montagna come cura, nel solco di una tradizione secolare.

Un'altra “provocazione” potrebbe essere quella di considerare di aprire in una destinazione solo alcune strutture e alla fine della stagione fare un “bilancio” che viene suddiviso tra quella parte della comunità che vi ha preso parte lavorando. In assenza di personale straniero, l'obiettivo potrebbe essere quello di far trovare agli ospiti il meglio di una destinazione resiliente. Una destinazione che decide di “aprire come una vera community” per evitare di rimanere chiusa, seguendo il calcolo del singolo, ma preoccupandosi di agire nell'interesse collettivo capendo che è la comunità il bene da salvare. Le metafore con le quali i tanti amministratori di ApT mi hanno “restituito” il vissuto di questo momento, spaziano da “paura” a “depressione”, da “ottimismo” a “ce la faremo anche questa volta”, da “dobbiamo ripensare totalmente il modello” a “rivedere le priorità”, da “animali in gabbia” a “immobilità sofferente”, da “fragilità” a “spavento costante”, da “navigare a vista” a “speranza che cambierà”, da “dobbiamo continuare a comunicare il territorio” a “salviamo almeno agosto”. E' necessario trasformare il vissuto e le angosce attuali delle persone in un problema pratico e convogliare le attenzioni e le energie verso un obiettivo immediatamente comprensibile dandosi degli obiettivi realistici.

In un territorio che coraggiosamente si definisce “turistico” nella sua interezza, mai come oggi emerge la possibilità di fare delle ApT insieme alle associazioni di categoria, il punto di riferimento di comunità ora disorientate per costruire un campo di azione condiviso. Sulla base di un piano necessariamente “di emergenza”, va aperto un confronto con le istituzioni che incida sulla capacità del sistema o di parti di esso di re-inventarsi, perchè il modello di turismo basato su paradigmi importati dall'industria e legati all'economia di scala mai come oggi devono fare posto all'economia dell'esperienza e della qualità.

Se già si intravvedevano delle tendenze in atto, tale passaggio viene di fatto imposto dal “distanziamento sociale”, che andrà ad esempio a premiare i territori che hanno una dotazione di appartamenti ad uso turistico e seconde case che consente l'esclusività di utilizzo per poter stare “protetti”, in famiglia. Allo stesso tempo richiederà una ridefinizione degli spazi comuni per le altre strutture ricettive, una ridefinizione dei modelli di business per la ristorazione, scelte più dolorose per bar e altri esercizi. Mentre scrivo ricevo la notizia della prima ski area in Nuova Zelanda che introduce il numero chiuso sulle piste, quando fino a ieri il tema era l'aumento della capacità oraria delle persone sugli ski-lift. Dovremo investire nella realtà virtuale e nel gaming per far sognare le persone a vivere le esperienze qui, appena possibile, dovremo inventare delle app per indicare il numero di persone sui sentieri, forse considerando la tracciabilità dei turisti come necessaria e la Guest App del Trentino diventerà uno strumento per capire dov'è l'ospite prima ancora che far capire all'ospite dove trovare l'offerta. Questa è l'evoluzione (o il ribaltamento) dei paradigmi attuali imposto dal Covid-19.

Mai come oggi è forte la richiesta di spazi aperti, di natura. Il richiamo che parte dalle nuove generazioni e che si è innestato nel movimento interpretato da Greta, le comprovate ragioni scientifiche che indicano nella sottrazione degli spazi alla natura il propagarsi del virus dagli animali agli uomini, l'urbanizzazione selvaggia che rende e tanti altri indicatori implicano un passaggio verso un'applicazione concreta dei temi legati alla sostenibilità.  I Global Sustainable Goals non sono più degli slogan, ma diventano la nuova grammatica di un linguaggio che nel turismo è stata comunicata, ma non praticata. Non possiamo più "sostenere" il nostro sviluppo come prima, e la “sostenibilità” come quell'approccio capace di garantire alle nuove generazioni le stesse condizioni delle nostre generazioni va ripensata in un'ottica rigenerativa, anche in questo caso attingendo alla complessità degli ecosistemi e non solo in ottica di antropocene.

E possiamo anche capire in questo modo che la migliore via di uscita dal tunnel in cui ci troviamo, potrebbe essere in alcuni casi abbattere e non costruire, togliere, non aggiungere, se riteniamo che il paradigma di riferimento vada davvero cambiato. Un'ipotesi di lavoro nel turismo basata sull'idea “business as usual” che tradotto dice “abbiamo sempre fatto così”, non è evidentemente percorribile, sicuramente nel breve periodo, in carenza di domanda.

Oggi abbiamo la necessità di ripensare il modello, o almeno di provarci, creando una piattaforma di pensiero e un terreno di sperimentazione possibile, anche oltre le norme attuali, creando dei “LABORATORI DI PRATICHE INNOVATIVE” dove attivare per 3/5 anni ipotesi di lavoro rispettose del DNA dei territori e capire se sono applicabili anche altrove successivamente. E' importante individuare delle task force che affianchino le comunità per alcuni anni per accompagnarle nelle nuove pratiche oggi emergenti e degne di una prospettiva di sviluppo inedita.

Dopo decenni di pensiero liberista diventato estremo negli ultimi 20 anni come ci dimostrano le ineguaglianze sociali mai così radicalizzate, ci ritroviamo deboli rispetto all'ipotesi che diversi esperti hanno sintetizzato nella formula “the winner takes it all” (il vincitore si porta a casa il banco). Se i singoli non avranno la forza di aprire le proprie aziende e/o si innescheranno una serie di comportamenti opportunistici, potremmo avere come conseguenza che tra uno o due anni qualcuno possa fare shopping a prezzi di saldo delle nostre imprese famigliari e improvvisamente non avremo ospiti cinesi, tedeschi o americani, ma proprietari stranieri che imporranno il loro modello di business e di comunità.

Come sempre, tale situazione può essere un rischio, ma anche un'opportunità.

Non posso infatti immaginare che il nostro territorio che continua a covare, sotto i fuochi d'artificio del pensiero liberista degli ultimi 35 anni, secoli di storia di Asuc, “Regole”, Magnifica Comunità, resilienze delle minoranze linguistiche, cooperazione, non sia capace di interpretare questa lunga tradizione alla luce dei linguaggi imposti dall'oggi.

Così, mentre si predispongono necessari strumenti di sostegno economico-finanziario come fondi di solidarietà straordinari, casse integrazioni, moratorie bancarie e fiscali, aiuti di vario ordine è necessario mettere a punto delle ipotesi di lavoro nuove, anche azzardate, capaci di impegnarci in uno sforzo di necessario ripensamento di modello e di sistema.

Mai come oggi dobbiamo far riferimento al “principio di speranza” che non è il semplicistico # “andrà tutto bene” che tra l'altro è offensivo per gli ormai milioni di persone che hanno subito direttamente o indirettamente i lutti e i traumi della pandemia, ma è sperare (e agire di conseguenza) per la realizzazione di alcune azioni urgenti in cui il processo messo in atto sarà tanto importante quanto il risultato.

Sperare e quindi agire perché vengano sburocratizzate le modalità con le quali ripartire, costruire le condizioni che consentano di mettere a disposizione le idee per trovare un terreno di applicazione, di sperimentazione e di innovazione: la buona idea è tale perché molti se ne appropriano, non perché rimane dentro a una cassaforte privata. Creare le condizioni per un ricambio di professionalità e di competenze favorendo un effettivo passaggio generazionale anche con l'attrazione delle risorse che hanno lasciato i nostri territori per fare esperienza altrove e lasciarci guidare con fiducia da chi ha visto e sperimentato altre ipotesi, almeno per imparare da diversi errori, non perseverando nei nostri. Sperare in un nuovo clima di fiducia costruttivo creando quelle piattaforme capaci di generare scambio e modalità trasparenti di gestione della cosa pubblica e privata che sono il sale della democrazia. Ideare le condizioni perché i nostri ospiti possano tornare ad essere non solo turisti, ma anche in parte investitori in termini di idee, innovazione e risorse nel nostro territorio. Fare in modo che i nostri network siano messi a disposizione per un confronto franco e costruttivo ed essere capaci di aprirsi a pensieri stimolanti e nuovi e a possibili soluzioni inedite, favorendo un'accelerazione dell'innovazione.

Sperare che la rappresentanza si unisca alla competenza, riprendendo il progetto di scuole politiche che impegnino ad affrontare pensieri complessi e a trovare percorsi non semplificatori ridotti in un tweet: la pandemia ci dice quanto abbiamo bisogno di istituzioni solide, con persone capaci di dialogare a livello nazionale e soprattutto internazionale: da solo non si salva nessuno.

Essere alveare oggi è una possibilità straordinaria.

Chiudo con la metafora che mi ha accompagnato, insieme agli amici artisti del Collettivo OP, durante lo svuotamento del Lago di Molveno nel 2017. L'opera che ne era nata, chiamata dello “Svelamento, Conoscenza e Rinnovamento” aveva l'obiettivo di affacciarsi al cratere, sporgersi sull'abisso e percorrere le rive vuote per entrare nel centro della “crisi”, il lago vuoto. Non voltargli le spalle. Sono state decine di migliaia le persone attratte “dentro” al lago in un inverno che si pensava avrebbe chiuso l'epopea turistica di Molveno e che invece ha aperto scenari inediti.

Anche oggi dobbiamo andare fino in fondo per capire cosa ci dice questa pandemia e trovare risposte diverse da quelle che ci hanno portato fino a qui.

In questa sfida, ce lo dicono gli esperti danesi con i quali stiamo lavorando al Future Lab in Paganella, abbiamo gli occhi addosso di buona parte del mondo che vogliono vedere come siamo in grado, ancora una volta, di uscire dal problema. Siamo stati i primi ad entrarci in Europa, saremo i primi a venirne fuori? E come? E' un momento nel quale possiamo attirare le migliori energie e creare delle task force per ripartire, con fiducia, con un pensiero spiazzante ed efficace. Sono le grandi sfide che attirano le menti migliori insieme alla nostra capacità di sviluppare pensiero collettivo che sfoci in un futuro collettivo dove vivere meglio a priorità riviste. Molti sono curiosi e attenti all'Italian Way: il modo di pensare e di fare le cose seguendo una logica trasversale, non lineare tenendo insieme il valore umano, l'intelligenza contestuale, il tocco d'artista e il tailor made coinvolgendo le nuove generazioni, già digitali.  

Per questo oggi più che mai abbiamo bisogno dell'intelligenza collettiva di amministratori, di imprenditori, esperti e professionisti, così come di ricercatori e artisti, che escono dai loro luoghi fisici e innervano la comunità ora digitale di conoscenza, fiducia, entusiasmo, di nuove e migliori pratiche.

Sarà forse la migliore eredità, se riusciremo a coglierla, del Covid-19.

Articolo pubblicato sul quotidiano l'ADIGE venerdì 10 aprile 2019

 

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